Flora Atelier – piazza Dalmazia, 2r – Firenze (10/07/2018 h 17.45)

Dopo Kubrick nel piazzale della Galleria degli Uffizi (“2001: Odissea nello spazio”), un film del regista attuale che più si ispira a Stanley Kubrick, persino, in questo film, nell’introduzione con un minuto di sola musica, lo Stabat Mater di Schubert: musica sullo schermo buio; quando qualcuno farà partire il film al computer o in televisione penserà che qualcosa si è guastato, che non esce l’immagine.

In realtà la musica, in Odissea nello spazio, precede il film, precede anche il logo della casa di produzione e i titoli di testa.

Qui, invece, parte il logo, il titolo, poi lo schermo si scurisce e, per un minuto, solo musica.

Appare un cuore palpitante in primo piano, si vedono le pinze, le mani del chirurgo che sta operando a cuore aperto.

Quest’inizio fa capire che il regista vuole andare oltre ciò che, di solito, si fa con il cinema: non vuole limitarsi a raccontare una storia.

Ci aiuta la conoscenza dei film precedenti (che facilmente si trasforma in pregiudizio) e il numero enorme di commenti.

Prima ancora che ci lasciasse al buio, interrotto dalle luci di sicurezza della sala, circondati da una musica meravigliosa, per un minuto, sapevamo che questo racconto vuole essere la rappresentazione simbolica di pulsioni e conflitti antichi, una tragedia greca, con particolare riferimento all’Ifigenia in Aulide di Euripide a cui il regista si ispira per il tema del sacrificio dei figli (Agamennone disposto a sacrificare la figlia per consentire la partenza delle navi per Troia; la cerva richiamata nel titolo).

Nel caso non l’avessimo ancora capito, in un momento cruciale ci sarà un riferimento specifico alla tragedia greca, da parte di un personaggio, un preside, che appare per pochi minuti, forse solo per questo.

Nelle mani del chirurgo, nella sua abilità, nella sua prontezza di riflessi c’è la vita di un uomo.

Basta che il chirurgo sia, in quel momento, poco lucido (tutti possiamo essere poco lucidi in qualche momento, per le varie tensioni a cui siamo sottoposti), perché un intervento delicatissimo, che ha salvato la vita di molte persone, non riesca e determini la morte di un paziente che si è trovato nelle mani del chirurgo in un momento sbagliato.

Subito dopo entriamo in un ambiente tranquillo di alta borghesia, conosciamo la famiglia del chirurgo: la bella casa, la moglie, i due figli, una vita serena, molto controllata.

I volti denunciano una tensione che non si esprime con le parole, le parole sembrano contraddire gli sguardi, gli sguardi sono preoccupati, sfuggenti, tristi, come si annunciasse una tragedia incombente.

O forse è l’ambiente, un certo modo di vivere, a far sì che si tenda a nascondere la monnezza sotto il tappeto (altrimenti a che servono i tappeti?).

A proposito di immondizia: in quella casa enorme – dove succede di tutto – non si vede una donna o un uomo dei servizi (come si diceva una volta); sembra che la signora, affermata professionista, provveda personalmente alle faccende domestiche, o che abbiano assunto camerieri invisibili.

Vita quotidiana: la cena in famiglia, il bambino non vuole tagliare i capelli, la ragazzina ha avuto le prime mestruazioni, la signora porta a spasso il cane.

È una mia impressione, ma, come sono rappresentati, i due ragazzi non sembrano felici: sorridono poco, quasi mai. La ragazzina dà l’idea di essere candidata, fra qualche anno, all’anoressia, il ragazzino ad avere uno sviluppo sessuale problematico.

Per esempio: è normale tutto questo interesse per i peli ascellari? È una fissazione che ritorna, in seguito, con la scena più ridicola del film: il serio chirurgo che, dopo una visita accurata, soddisfa la curiosità del ragazzo che vuole vedere i peli ascellari del dottore.

Si sottintende qualcosa? Ma forse sarebbe meglio non esagerare con i sottintesi.

In questo ambiente si introduce un ragazzo a cui anni prima è morto il padre in un incidente d’auto.

È lo stesso chirurgo a portarlo a casa sua, a fargli conoscere i suoi familiari, dopo averlo frequentato per qualche tempo, quasi clandestinamente, avere dimostrato interesse a mantenere questo rapporto paterno, avergli fatto dei regali.

C’è sempre qualcosa di non detto in questa famiglia e nell’ambiente che frequenta, un’atmosfera un po’ misteriosa, dietro la calma apparente di un tranquillo professionista, della moglie oftalmologa, dei due figli, dei loro colleghi, dei loro amici.

Al Festival di Cannes 2017 (vari premi), nella fotografia di gruppo, gli attori che hanno interpretato i personaggi principali sembrano la  versione attuale della Famiglia Addams: i due ragazzini ricordano molto da vicino (soprattutto la ragazzina) Mercoledì e Pungsley (forse è troppo piccolo, troppo magro e ha i capelli troppo lunghi) – Nicole Kidman, la madre, è una versione bionda di Morticia, ancora più algida dell’originale Anjelica Huston – Colin Farrell, il marito, è la versione barbuta del baffuto Gomez Addams; ha anche la mascella squadrata – l’attore che impersona il collega di sala operatoria è un perfetto zio Fester, stessa aria imbambolata; manca solo il maggiordomo Lurch (ho già notato che non ci sono camerieri, ma l’attore che interpreta Martin potrebbe aspirare a questo ruolo, quando mangia ha la stessa aria da zombie). La mano … beh, quella si vede fin dalle prime scene e svolge un ruolo fondamentale nella costruzione della tensione drammatica.

Il dottore si eccita a letto se la moglie finge di essere sotto anestesia, pare che preferisca fare l’amore in questo modo; lei dice: «Anestesia?», lui accenna di sì col capo, lei si distende sul materasso, inerte, la testa reclina, le braccia distese, come fosse priva di sensi; lui comincia le sue manovre.

Poi, in un momento difficile, il dottore rivelerà un ricordo terribile: un episodio intimo della sua infanzia, un gesto nei confronti di suo padre; rivelerà questo segreto al figlio per indurlo a raccontargli, a sua volta, un segreto inconfessabile che potrebbe spiegare la strana malattia psicosomatica che lo ha colpito («facciamo un gioco: io ti racconto un mio segreto, tu me ne racconti uno tuo»). Perché gli ha raccontato il suo segreto? Perché ha investito un bambino della sua angoscia?

Siamo nella tragedia greca, pulsioni antiche, ma in una vicenda dei nostri giorni: da un momento all’altro potrebbe apparire la sagoma di Sigmund Freud.

Il dottore non crede a questo modo fine ottocento di interpretare i drammi dell’uomo, vorrebbe una risposta dalle macchine moderne, dagli esami di laboratorio; alla fine sarà costretto ad andare molto più indietro di quanto potesse immaginare.

Il bambino non ha segreti che possano spiegare la sua malattia, la paralisi delle gambe non ha una spiegazione fisica determinabile con i mezzi moderni della Medicina, è dovuta a una maledizione che ha investito la famiglia.

Il collega anestesista, amico da tanti anni, è pronto a raccontare alla moglie del dottore un segreto d’ufficio – che lei gli ha chiesto per cercare di capire ciò che sta succedendo – se la moglie dell’amico, in cambio, lo masturba.

Lei non si meraviglia, anzi, di fronte alla sua esitazione («non posso raccontarti che cosa è successo al padre del ragazzo in sala operatoria»), gli propone lo scambio, che lui è pronto ad accettare: è un ambiente in cui le cose vanno così (per questo comprano i tappeti).

Dietro l’apparente rispettabilità, la calma (mai nessuno alza la voce, per ora), l’amicizia, sono nascoste cose scabrose, che si accettano come parte della realtà.

Così scopriamo che il padre del ragazzo – Martin, il ragazzo che il dottore aiuta e ha portato in casa – fu operato dal nostro chirurgo in un momento di scarsa lucidità provocata dall’alcol.

Per fortuna, dice l’anestesista con tono tranquillo, nessuno se ne accorse.

Il collega ammazza uno: per fortuna nessuno se n’è accorto; continuano a incontrarsi, a parlare dell’ultimo orologio che hanno comprato, partecipano alle feste, cucinano il pesce alla griglia.

Il chirurgo si dice convinto di non essere responsabile della morte di quell’uomo, però sembra mosso da un oscuro senso di colpa.

Il ragazzo rivela il desiderio di vendetta che, fino a quel momento, ha tenuto nascosto; considera la vendetta una forma di giustizia e può determinare, con una maledizione, la morte dei familiari del chirurgo, della moglie  e dei figli, attraverso una serie di sintomi: paralisi delle gambe, inappetenza, sanguinamento degli occhi, con questa progressione, fino alla fine.

Lui stesso, se volesse, non potrebbe fermare la progressione, ma non vuole, nonostante si sia legato sentimentalmente con la figlia adolescente del dottore, che comincia a manifestare gli stessi sintomi del fratello.

C’è un solo modo per interrompere la progressione dei sintomi e salvare i familiari: dev’essere il dottore stesso a ucciderne uno per salvare gli altri; un atroce senso di giustizia esige questo sacrificio.

È una storia che, se ci fosse raccontata fuori del cinema, seppelliremmo sotto un mare di incredulità e di risate.

Nel film – raccontata con la cinepresa (o con la telecamera) che perseguita i personaggi e anche gli oggetti, gli ambienti, riprendendoli da punti di vista sempre nuovi e inaspettati, con ampio uso del grandangolo – è vera, come erano vere le maledizioni, gli accecamenti, gli interventi del destino e degli dei all’interno della tragedia greca.

Il regista non dà una soluzione, ci lascia soli con i dubbi che ha sollevato, con la sensazione che l’atroce sentimento di giustizia che muove il giovane Martin contenga, dietro alla manifesta assurdità della storia, un fondamento di verità che il film, in qualche modo, riporta alla superficie; forse Freud parlerebbe di catarsi.

Infatti, all’uscita ci sentiamo più leggeri, ma è solo perché si apre alla vista piazza Dalmazia, un’ampia piazza, non bella, ma piena di panchine, di bar-gelaterie, di tavolini, di gente che passeggia, di nonne con bambini, di pensionati che discutono del Tour de France e di quando eravamo campioni, di coppie giovani che spingono carrozzine.

Per molto tempo la piazza e le vie adiacenti sono state coperte da transenne, fra le quali si era costretti a fare slalom faticosi per i lavori in corso della linea del tram, la linea 1 che porta alla stazione.

I lavori sono finiti; i binari, ben realizzati, a filo sulla strada, non creano ostacoli a chi deve attraversare; i bellissimi tram (io sono appassionato di questo mezzo di locomozione cittadino) fanno i loro percorsi di prova, prima di cominciare a portare in giro i passeggeri.

Bene! Credo che per ridurre la schiavitù del traffico cittadino ci sia un solo sistema: moltiplicare i mezzi pubblici. La gente non è scema, se può fa a meno di usare la scatoletta a motore, basta darle l’alternativa: mezzi pubblici numerosi, precisi, puliti, efficienti, moderni, non inquinanti, belli, a basso prezzo – a spese della comunità, sotto forma di tasse finalizzate intitolate: Contributo alla libertà di movimento.

Le tasse che, sotto varie forme, abbiamo pagato in tanti anni per avere a disposizione le scatolette inquinanti e pericolose (quante famiglie sono state distrutte? Non a caso il film più bello dedicato a un automobilista, “Il sorpasso” di Dino Risi, finisce in tragedia) invece s’intitolano: Contributo al benessere della famiglia Agnelli & C (compari, o, anche, complici).