Cinema Spazio Uno – via del Sole, 10 – Firenze (22 febbraio 2019 h 17.40)

È un film di fantascienza: la storia si svolge su un pianeta sconosciuto, in ambienti, interni ed esterni, grandangolari.

Che vuol dire? Angolo di ripresa enorme, oggetti che s’ingrandiscono avvicinandosi all’obiettivo, al punto di vista dello spettatore (noi guardiamo attraverso l’obiettivo) e, si suppone, al punto di vista di ciascun personaggio.

Dopo un po’ ci si abitua, pur avvertendo un certo disagio.

Un uomo non potrebbe aggirarsi in quegli spazi, con quel tipo di visione, senza enormi difficoltà; probabilmente, ingannato dalla prospettiva, cadrebbe in continuazione, o assumerebbe una posizione strana: le gambe in avanti, il corpo inclinato all’indietro, un braccio piegato davanti alla testa per proteggersi.

Gli alieni abitanti del pianeta Grandangolo, così credo si chiami, dotati di un altro sistema cerebrale di localizzazione del proprio corpo e di interpretazione delle informazioni provenienti dagli occhi, si muovono abbastanza agevolmente.

Non tutti.

In questi spazi strani, innaturali – se consideriamo naturale la prospettiva normalmente presente sulla terra, ma dobbiamo superare questa visione antropocentrica – si aggira una palla di grasso dotata di una voce stridula, graffiante, fastidiosa, e di un linguaggio approssimativo.

La palla di grasso ha due nomi: a volte la chiamano Queen Anne (forse in omaggio al famoso gruppo di Freddy Mercury), a volte Her Majesty (brano dei Beatles); è circondata da bipedi che fingono di servirla, ciascuno puntando esclusivamente ai propri interessi.

A Queen Anne è demandato il compito di governo, per obbedire, credo, al primo comandamento di un’antica religione: «Il più incapace, figlio di incapaci, dovrà guidare il paese».

Dunque a lei spettano le scelte, le decisioni ultime riguardo alla vita della comunità di riferimento, la cosiddetta comunità dei sudditi, che vive su un altro pianeta, in un’altra galassia, lontana, e deve sottostare, sempre in obbedienza ai dettami dell’antica superstizione, alla volontà della palla di grasso.

Il pianeta dei sudditi è impegnato in una guerra, un gioco virtuale per gli abitanti del pianeta Grandangolo (morti, feriti, tutti nel pianeta dei sudditi, tranne qualcuno di cui Her Majesty vuole liberarsi).

Si tratta di una guerra spaziale in cui i comandanti delle truppe sono assunti e spostati come nel Fantacalcio; nel mondo dei videogiochi la chiamano “guerra di successione spagnola”, un nome convenzionale che, come sempre accade in questo campo, non ha alcuna attinenza con la vita reale (vince chi riesce a far salire al trono il più incapace dei candidati).

Dalla parte di Grandangolo – che si chiama anche Granbretagna, mentre i nemici, guidati da un’altra palla di grasso (detta re Sole per le dimensioni della palla), vivono in un pianeta che si chiama Regno di Francia – il condottiero è un certo Marlborough, un personaggio che non compare mai e viene citato in continuazione.

I cosiddetti sudditi non si vedono; l’unico esemplare è un tipo di poche parole, un po’ nervoso, in un posto che sembra un carro del carnevale di Viareggio.

Gli alieni abitanti del pianeta Grandangolo assomigliano agli uomini, non tutti e non sempre.

C’è un essere strano, che non esiste sulla terra, somigliante a un maiale in posizione eretta e con le gambe allungate (più ripugnante di un maiale all’ingrasso), che balla nudo trattenendo nel pugno chiuso un organo che, forse, ha una funzione sessuale, sottoposto al nutrito lancio di arance da parte di alieni sghignazzanti.

È un ballo rituale, non ricordo se accompagnato da una musica tribale; ricordo, in altre situazioni, un suono metallico ripetuto (come una sveglia) molto fastidioso.

Alcuni degli alieni, tutti quelli impegnati nel ballo, hanno il capo ornato, si fa per dire, da folte capigliature ricciolute, che forse svolgono una funzione di richiamo sessuale e, insieme, di allevamento di insetti, di cui, verosimilmente, gli alieni si nutrono.

Ogni tanto separano dal capo l’appendice – che da noi sarebbe una parrucca, ma per gli alieni è un organo vitale – scoprendo una testina quasi umana, fortemente colorata, come quella dei clown, ma più ridicola.

I marziani femmine (si distinguono dalle movenze e dalla capigliatura allevamento riccioluta, che serve probabilmente per nutrire i neonati) si riuniscono per ascoltare le decisioni della palla di grasso o per organizzare corse di oche a cui partecipano con grande fracasso.

Questi giochi di società, oltre alla gara a chi riesce a influire di più sulle decisioni di Queen Anne, sono le uniche attività delle femmine, a cui, spesso, partecipa un maschio alfa, che si distingue per l’atteggiamento sbrigativo e per la mancanza dell’allevamento riccioluto.

Gli alieni maschi vestono, grosso modo, come sulla terra vestivano un tempo le donne e hanno, da quel poco che si intravede sotto le ampie gonne, pelle levigata e seni; ma non bisogna farsi trarre in inganno.

L’atteggiamento è tipicamente maschile.

Amano la caccia, ma evitando le noiose fasi della ricerca, dell’appostamento, svegliarsi di mattina presto, i cani, ecc.

Tutte cose che hanno eliminato.

Su questo pianeta si va a caccia da fermi (solo il paggio e i volatili si muovono).

L’accoppiamento avviene scambiandosi calcioni, schiaffi, spinte, impegnandosi in piccoli inseguimenti, mimando una specie di lotta.

Può avvenire senza alcuna partecipazione di uno dei due partner (questo è l’unico tratto che hanno in comune con gli umani).

La palla di grasso passa la giornata distesa su un lettone, mangiando dolcetti, allevando conigli, vomitando (per questo ci sono sempre vasi a portata di mano), giocando con una specie di paggio (guardami, non guardarmi, mi hai guardato, come osi guardarmi), facendosi spingere in carrozzina, facendosi massaggiare due grossi salsicciotti che chiamano gambe.

Per poter influenzare le decisioni della palla di grasso (è questo il gioco che impegna un po’ tutti gli alieni) e condividere il suo potere decisionale sul pianeta dei sudditi, bisogna massaggiarle i salsicciotti, accarezzare i conigli ed essere disposti a farle servizietti con la lingua a qualunque ora del giorno e della notte.

Nasce spontanea la domanda, direbbe il grande Lubrano (peccato non si veda più in televisione, neanche su RaiPlay!): per quale motivo il film si chiama “La Favorita”?

Si dovrebbe chiamare “La sfruttata”, “La stuprata”, “La forte di stomaco” o in qualunque modo si possa indicare una condizione di schiavitù il cui simbolo è l’immagine conclusiva del film: la poveraccia in ginocchio, presa per i capelli e spinta (per fortuna il regista ci ha risparmiato la scena successiva) a soddisfare Queen Anne, Her Majesty, la palla di grasso.

Le scritte, in questo film, sono indecifrabili, con i caratteri fortemente distanziati, forse per dare l’idea di una civiltà sconosciuta, di un’altra galassia, di un punto sperduto nell’universo.

Qualcuno dice che non è un film di fantascienza, che si riferisce a documenti raccolti da storici di tutto rispetto.

È possibile, ma ricordo il penultimo film di questo regista: “Il Sacrificio del Cervo Sacro” (commento 10/07/2018), che non è ambientato su un pianeta sconosciuto o nella Gran Bretagna fumosa del ‘700, ma nell’America dei nostri giorni (Cincinnati, nello Stato  dell’Ohio).

Eppure Yorgos Lanthimos è stato capace di creare una situazione da tragedia greca, con maledizioni che colgono veramente e personaggi esagerati che si muovono senza rispettare un minimo di consequenzialità logica.

Se, dunque, è vero che non ha voluto fare un film di fantascienza ed è partito da testi e riferimenti storici relativi alla vita nella corte britannica ai tempi di Jonathan Swift (che rappresentò quei ridicoli personaggi con uno strumento che essi non erano in grado di comprendere: l’ironia), però sicuramente ci ha messo del suo, a cominciare dall’abuso del grandangolo (già nel film precedente lo utilizzava, ma qui esagera) che, oltre a dare fastidio agli occhi (quando è troppo è troppo), denota l’intenzione di evitare accuratamente una seria ricostruzione storica.

Se deformo l’ambiente, probabilmente anche i fatti e i personaggi sono deformati.

Fatta la tara agli eccessi introdotti dal regista, c’è solo da ringraziare i francesi che, alla fine dello stesso secolo in cui si svolgono questi avvenimenti, con metodi, forse, un po’ troppo spicci, recisero, insieme al collo di parecchi nobili, le basi della monarchia dinastica assoluta in Europa, che aveva tra le conseguenze la possibilità di una nazione mandata in guerra dalle decisioni prese da una stupida, viziata, volubile palla di grasso.